Quali sono i rischi medici maggiori del trapianto?

Ci sono 3 rischi maggiori legati alla terapia immunosoppressiva. Per il suo stesso meccanismo di azione ("addormentare" il sistema immunitario dell'organismo, che è deputato a riconoscere e distruggere le sostanze estranee, come il rene trapiantato, ma anche gli agenti infettivi ed i tumori) questa terapia anti-rigetto aumenta il rischio di infezioni e tumori. E' fondamentale che il Paziente collabori con i medici riferendo prontamente sintomi sospetti come mancanze di respiro, tossette, masserelle cutanee di recente insorgenza ecc..
Il rischio di infezioni è alto soprattutto nei primi mesi dopo il trapianto, quando maggiore è la terapia immunosoppressiva. Si tratta spesso di infezioni particolari, proprie dei Pazienti immunodepressi, diverse da quelle tipiche dei malati di rene non trapiantati. Per questo motivo raccomandiamo che i Pazienti sottoposti a trapianto di rene, nei primi 3-6 mesi dopo l'intervento, si facciano seguire direttamente da un centro trapianti, che ha una maggiore esperienza specifica. L'infezione più frequente è quella determinata da un Virus, chiamato Cytomegalovirus (CMV), che è normalmente presente ma poco attivo nella maggior parte delle persone. Nel paziente trapiantato la terapia anti-rigetto è capace di "risvegliare" questo virus favorendone la moltiplicazione. Per questo nel nostro Centro si effettuano frequenti controlli nel sangue dopo il trapianto per cogliere tempestivamente la eventuale presenza delle particelle virali e per instaurare subito la terapia antivirale. Fortunatamente più raro è il Polyoma Virus (BKV) che tuttavia è in grado di determinare conseguenze molto più gravi per il rene.
Per quanto riguarda i tumori, quasi qualsiasi tipo di tumore, benigno o maligno, può insorgere più frequentemente dopo il trapianto che in dialisi. Questo rischio viene affrontato con una maggiore vigilanza dei medici e fortunatamente i tumori che insorgono sono spesso tumori della pelle, curabili e non mortali, ed in un certo senso utili perché servono ad indicare che, in quel Paziente particolare, va ridotta la terapia immunosoppressiva anche se le dosi ed i livelli ematici non sembrano essere alti: sono in pratica la spia di una particolare suscettibilità individuale.
Un problema è rappresentato dai Pazienti che hanno già avuto un tumore, ne sono guariti e chiedono di essere trapiantati. In questo caso si ritiene generalmente che un periodo di attesa di non meno di 2 anni (ma anche di più, a seconda del tipo di tumore) dopo la completa guarigione e senza segni di ripresa del tumore riduca grandemente, pur senza annullarlo del tutto, il rischio di ripresa del tumore dopo il trapianto.
Il terzo grosso rischio collegato al trapianto, è quello delle malattie cardiovascolari ed in particolare dell'arteriosclerosi. Si discute se il trapianto di rene aumenti o meno il rischio di malattia arteriosclerotica. La nostra impressione è che quantomeno la faccia esplodere se è già presente.
Quindi i Pazienti con segni già più o meno evidenti di arteriosclerosi come ischemia agli arti inferiori, ischemia al cuore o ischemia cerebrale, dovrebbero pensare seriamente se davvero il trapianto di rene è adatto a loro, perché quelle malattie potrebbero peggiorare con necessità di interventi di by-pass al cuore o agli arti, amputazioni di arti o più serie lesioni cerebrali.
Un rischio serio, che riguarda però una ristretta categoria di Pazienti, è quello di una malattia cronica del fegato successiva al trapianto nei portatori di virus dell'epatite B (HBsAg). Nel giro di molti anni (orientativamente, oltre 10), questa malattia può diventare molto grave e richiedere un trapianto di fegato o mettere in pericolo la vita del Paziente. Lo stesso rischio di malattia cronica del fegato dopo il trapianto riguarda anche i portatori di virus dell'epatite C (HCV), anche se i dati in merito all'evoluzione della malattia cronica del fegato in questa categoria di Pazienti sono più scarsi. In certi casi una biopsia epatica può fornire informazioni utili per prevedere cosa succederà dopo il trapianto.  Fortunatamente, da qualche tempo abbiamo a disposizione nuovi farmaci antivirali, attualmente soltanto per l'epatite da virus B, ma tra breve probabilmente anche per quella da virus C, che si possono usare dopo il trapianto di rene senza problemi particolari. Inoltre, i nuovi farmaci immunosoppressivi possono permettere minori dosaggi di cortisone e quindi ridurre il rischio di danno epatico di origine virale successivo al trapianto. Così, ci sono fondati motivi per sperare che d'ora in poi le prospettive per i Candidati al trapianto di rene portatori di virus dell'epatite B o C saranno decisamente migliori di quanto non siano state fino ad ora.
Occorre sottolineare come questi rischi, tutti potenzialmente gravi, siano comunque compensati dalla riduzione dei rischi collegati alla terapia emodialitica o dialitica peritoneale (malfunzionamento dell'accesso, iperpotassiemia, edema polmonare, peritoniti ecc.) e quindi, come più volte ripetuto, l'impatto globale delle tre metodiche (emodialisi, dialisi peritoneale, trapianto da cadavere) sulla sopravvivenza dei Pazienti è paragonabile.

E' probabile che la scelta attenta del tipo di terapia dell'insufficienza renale più adeguata alle caratteristiche di ogni singolo Paziente porti ad un miglioramento delle sopravvivenze con tutte e tre le metodiche.

In altre parole, è probabilmente utile abbandonare i preconcetti come quello che il trapianto di rene sia sempre e comunque la migliore terapia, e valutare invece per ogni singolo caso quale sia realmente la migliore opzione terapeutica.
 
 

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